Da dove viene e dove va l'allarme debito pubblico

Ora è allarme debito pubblico. Non tanto o non solo nel Vecchio continente, ma a partire dalla testa dell’economia mondiale. Ieri infatti il debito pubblico americano ha superato la soglia dei 12 mila miliardi di dollari, avvicinandosi al tetto autorizzato dal Congresso di 12.104 miliardi, pari all’80 per cento del pil. Mentre in Giappone, secondo l’Ocse, il disavanzo annuale si sta avvicinando al dieci per cento del pil e il debito pubblico potrebbe superare anche il 200 per cento entro il 2011. “E’ una situazione già vissuta”, dice al Foglio Kenneth Rogoff.
19 NOV 09
Ultimo aggiornamento: 05:57 | 20 AGO 20
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Ma c’erano alternative per fronteggiare la più grave recessione del dopoguerra? “L’Amministrazione Obama, come molti governi in giro per il mondo, è stata troppo buona con le banche – sintetizza Rogoff – presto rimpiangeremo il fatto di aver fornito garanzie a tanti istituti finanziari e creditizi, quale che fosse la loro condizione. Non solo i cittadini hanno dovuto sostenere l’onere di questa scelta. Nel lungo periodo abbiamo anche aggravato i rischi derivanti dall’azzardo morale nel sistema finanziario”. Quanto alle misure di stimolo fiscale, Rogoff si dice scettico ma non nega “gli effetti ottici” dell’intervento: “Ci consente, oggi, di trattare con dati migliori, ma non è questa la soluzione”. Per la stretta monetaria, invece, “meglio aspettare che il paese si rimetta su un sentiero di crescita”. Intanto però in America la disoccupazione cresce: “Oggi non possiamo farci molto. Sicuramente non aiuterebbe un secondo stimolo fiscale”. Eppure Barack Obama ci starebbe pensando. Forse non si chiamerà ‘stimolo’, ma l’intenzione è di utilizzare soldi pubblici per creare occupazione: “Sarebbe un errore e renderebbe ancora più rapido il processo di accumulazione del debito”.
Un errore tanto grave quanto ricorrente. Già capo economista del Fondo monetario internazionale, Rogoff ha studiato a lungo la genesi e le conseguenze di “otto secoli di follia finanziaria”, arrivando a una conclusione: “Non importa quanto la crisi a noi più vicina ci appaia differente da ciò che è avvenuto in passato. In realtà vi sono sempre analogie impressionanti”. Da qui il titolo del suo ultimo libro, scritto per la Princeton University Press con Carmen M. Reinhart: “This Time is Different”. “Questa volta la situazione è diversa”. Un modo ironico, spiega Rogoff, per “ricordare che politici e rappresentanti del mondo della finanza dichiarano sempre di aver imparato dagli errori commessi in precedenza, si dicono pronti per qualsiasi evenienza”.
Eppure basterebbe scorrere la serie impressionante di dati raccolti in 465 pagine di libro – che riguardano 66 paesi in un arco temporale di 800 anni – per comprendere che le lezioni della storia sono ben lungi dall’essere assimilate. Si dimentica, per esempio, che “durante i periodi di crescita, un’elevata accumulazione di debito – da parte del governo, delle banche, delle società o dei consumatori – pone rischi sistemici per l’economia”. E’ avvenuto ancora una volta in quest’inizio di Ventunesimo secolo, all’ombra rassicurante della ‘Grande moderazione’ annunciata da economisti di primo piano tra i quali l’attuale capo della Fed, Ben Bernanke. “Rispetto a quanto aveva preceduto le ‘Big five’, ovvero le cinque maggiori crisi bancarie e finanziarie del secondo dopoguerra – Spagna (1977), Norvegia (1987), Finlandia e Svezia (1991), Giappone (1992) – il debito pubblico statunitense non era cresciuto in misura superiore”, sottolinea Rogoff, “mentre il rapporto tra debito e reddito privato è aumentato del 30 per cento in meno di un decennio”.
Conseguenza dell’“economia del debito”, come la definisce l’ultimo numero del settimanale New Yorker: “C’è un sistema che favorisce l’indebitamento – conferma Rogoff – dagli sgravi fiscali sugli interessi dei mutui per la casa, alle detrazioni che rendono più conveniente per le società contrarre debiti piuttosto che vendere azioni”. All’origine della situazione attuale vi sarebbe proprio la situazione di consumatori e gruppi finanziari, invischiati in un ciclo di indebitamento a breve termine. Sembra, per un attimo, di sentir parlare il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, con la sua insistenza su famiglie e imprese italiane, formiche risparmiatrici rispetto alle cicale del resto del mondo: “E’ vero, l’Italia ha un problema strutturale di debito pubblico – precisa Rogoff – ma non è un caso che la crisi non sia iniziata nel vostro paese”.
Indebitamento a parte, nel 2007, probabilmente per la mancanza di dati empirici che si spingessero oltre gli ultimi 25 anni, sostiene Rogoff, si è sottovalutato un altro segnale ricorrente in secoli di crisi: l’andamento dei prezzi nel settore immobiliare, aumentati oltreoceano del cento per cento in cinque anni. “Infine regolatori e politici sono stati indotti a un atteggiamento troppo rilassato anche dal deficit delle partite correnti che ha generato una situazione di bassi tassi di interesse, fornendo l’immagine di uno scenario a basso rischio”. Il crollo dei listini azionari, l’aumento della disoccupazione. Nemmeno queste, a un’approfondita analisi retrospettiva, costituiscono novità inaudite, secondo Rogoff.
Ma il fatto che tutto sia già accaduto non è necessariamente confortante: come interrompere lo schema espansione–fallimento–ritorno all’origine? “Le crisi sono inevitabili. Ma per il futuro – aggiunge Rogoff – meglio non continuare con politiche di stimolo”. Gli effetti cosmetici di carattere positivo non valgono la candela. A questi ritmi infatti si profilerebbero due possibili scenari critici: “Se i maggiori paesi industrializzati continuano ad attrarre capitali a questi ritmi, nei prossimi anni assisteremo innanzitutto a crisi nei paesi emergenti. Nel lungo termine, poi, i paesi industriali rischiano di dover alzare le tasse, ostacolando ulteriormente la ripresa”. Intanto però, in Germania come in Italia, si torna a parlare di abbassamento delle tasse, magari senza copertura: “La Germania, vista soprattutto la sua situazione demografica, avrebbe bisogno piuttosto di tagliare alcune spese. Finora Angela Merkel ha gestito la crisi con saggezza, è difficile comprendere come possa incrinare ora i conti pubblici”. E l’Italia? “Finora ha potuto giovarsi di tassi di interesse contenuti sul debito. Non è detto sia sempre così, e se il paese intende migliorare la situazione delle finanze pubbliche ha una lunga strada davanti a sé. Alzare le tasse non è l’unica via: far emergere il sommerso e razionalizzare le spese potrebbe aiutare”. (nell'immagine la copertina dell'edizione americana dell'Economist di questa settimana).